Mario Ventafridda

Mario Ventafridda

PUGLIA (Italy)

Presentazione

Mario1

Mi chiamo Mario Ventafridda  e sono nato Bitonto (Ba) nel 1960 ed attualmente vivo e lavoro a Giovinazzo (Ba). Ho iniziato giovanissimo ad amare l’arte, distinguendomi soprattutto nella pittura dove ho conseguito numerosi successi .

Ho tenuto mostre personali a Roma – Vittoriale, Torino-  galleria Telaccia,Pescara – Casa D’Annunziana, Bitonto- Galleria Spinelli, Bari- Castello Svevo, Francavilla al mare –Palazzo Sirena, Ortona-Palazzo Farnese ecc. Ho esplorato innovando, varie tecniche di pittura su supporti di vario tipo- dal legno al vetro, dalla pietra alla plastica.

Negli ultimi anni mi sono dedicato con notevole successo anche alla poesia, dove indago i misteri nascosti tra le parole fissando istanti e spazi dell’essenza umana.

Su di me hanno scritto diverse persone tra le quali: Federica Grisendi, Fiorella Ricci, Nicola Piglionica, Giuseppe Moretti, Pasquale Ferretti, Franco Amendolagine, Oronzo Maggio.

Sono inserito nel volume “Fatti e persone del ‘900 a Bitonto”  a pag. 276 edito da ”Edizioni Raffaello”.

 

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Poesie

 

 

 

Ago

Madre,quanti soli si sono eclissati,
quante lune si sono illuminate,
nel mare della memoria.

Al Tempio dei ricordi,il verde campo
e’ ora lastricato di bianchi marmi
e i suoi fiori recisi in anfore di dolore. 

Ora sei altrove
seduta sulla soglia del Giardino,
alla luce di un’unica fiammella,
a cercare l’ago sottile per tessere le nostre coltri.


 

Anima giovane

 

Fluivano suoni incomprensibili
dalla bocca avara di cervello
le sillabe riunite a fatica
lungo il tratto originario
raccontano e deridono
di un anima giovane
che scavalcato
l’ultimo cancello
si lascia inghiottire
come straccio logoro
dal nero asfalto
blasfemia del gesto supremo
marchiata a croce
dalla vulgata del vicolo
dello sciacallo
che ulula all’ombra del sangue
raggomitolato sotto il tavolo
del pavido
anima giovane discendi
come piuma nel palmo
amorevole del dio dei folli.


 

Ascoltiamo

 

Volti diafani bagnati
dal torpore del sonno
chiedete.
Fumi di membra
sospinti dal respiro dei vivi
chiedete.
Calca silente nei templi d’ostia
chiedete.
Noi cenere d’ossa
chiusi nel proscenio di terra
ascoltiamo.
Ascoltiamo
le vostre piccole suppliche
liberi nella nostra veste
sussurriamo
non udite.
Parliamo
non udite.
Urliamo
non udite.
Sordi nella casa dell’eco
tintinnate le catene
fra la caligine di neri pinnacoli.


 

Balla idiota

 

Balla idiota balla
la serpe mangia l’oca
il giglio imbriglia
il tempo
le spine bruciano
l’incenso
i chiodi battono
la croce
gli spiriti a cena
sul tetto
i fari allungano
l’ombra del gatto
balla idiota balla
nel cerchio delle streghe
variopinte dal sapore
di bollito
strappati le vesti
idiota
salta sul treno
che sbuffa
corri corri lontano
non guardare
non fermarti
ascolta il sale
raccogli l’acqua
fra le ciglia
stringi nei pugni
l’odore del gelsomino rinato.


 

Braccialetto
Riemerso dal caos dei ricordi,
dove giacevi spezzata,
minuscola reliquia purificata
alla sorgente della fede.
Inciso sulla lucida piastra,
il nome di un fanciullo,
perso negli anni affastellati dal fato.
Tra le mie mani ti sento pulsare di propria vita
e racconti dei tuoi celati segreti,
ma la tua e’ una lingua
dissolta nella nebbia dei tempi. .


 

Cippi

 

Lucciole assopite
nell’incanto vellutato
della notte
brillano ai cippi
persi sui sentieri
dell’ozio
onde di luci
vagano fra le canne
distese nell’oro del tempo
e frangono nei suoni pallidi
di remote guglie
celate dal respiro
della terra.


 

Eco

 

Eccoci, a raspare le ultime zolle di Terra.
Figli di un’eco di un lampo di luce


 

Formicaio

 

Dono di immortalità alla plebe umana
dissacrata nel cesto delle mele marce
col sangue grumito di fratelli erranti
sgozzati nella fossa dei capretti
dove pentacoli scolpiti sulle ossa
dei credenti ruotano a segnare
il martire della notte
che sfoglia profezie e predizioni
a divinare il futuro dell’astro morente
inghiottito dall’alito gelido
del formicaio raschiato granello a granello
dalla pioggia acida della menzogna
che si insinua negli intricati labirinti
di effimere paure
create nell’oscuro sacello
di uno spirito virtuale


 

Giorni murati

 

Piange la pietra
amore e morte cela nel suo seno
ammaltata una ad una
a chiudere le ombre del sole

Levigata la pietra
da mani scarne
che graffiano il tempo
senza volto
fissato agli steli del sangue 

Disperata la pietra
macchiata dalle grate corrose
che stillano passi perduti
sui giorni murati
Parla la pietra
alla lunga veste nera
che si trascina e si avvita
nel cerchio eterno
delle sue false verità.


 

Gocce di sangue

 

Conto e riconto le dita
di una mano
spalmato sulla poltrona
lisa e venata.
Ascolto il tempo
fremo tra i miei stracci
la tua attesa e’ oltre i sassi dei vivi.
Eccoti
in tutto il tuo splendore
immersa nella follia dei sensi
accarezzo il tuo viso
bevo dal tuo seno
fondo le mie visceri alle tue
tuoni scandiscono
le gocce di sangue
i tremori artigliano
la flebile fiamma del santo.
Ecco il tutto
rappreso in un istante
sei mia morte.


 

Il diavolo divino

 

Il diavolo divino
acquattato sul dorso di mulo
si solletica l’ombellico
ai raggi di luna
pancetta rosa
d’un porcellino
l’olmo ondeggia
all’afa radente
suono di tacchi
e svolazzo di un cencio di gonna
sorride alla scollatura
il diavoletto sobbalza
rincorre le cosce
per l’anima
sbalzato sul pelo
del crine
ferro di zoccolo
l’orma sull’asfalto
pesto e moribondo
l’occhio dall’orbita cade
sull’ultimo desiderio
uno slip di pizzo nero.


 

Bene e male

 

Sfigurata dal portatore di luce
la colonna del cielo
cela dietro un sipario di morte
le cicatrici che solcano
le nubi ardenti della ribellione
il bene e il male
dividono e celano
le loro orme
nel catino d’inverno
il libero arbitrio
spezzate le catene
della colonna sciama
piume senz’ali
tra i verbi babelici
confessati  nell’angolo
remoto dei santuari.


 

Strega

 

Sulla rocca del villaggio
le ombre arretrano
lente ai colori del giorno
nella sala dalle pareti
cesellate a cassoni
un piccolo
convegno di cornacchie
accomodate su scranni d’oro
ossequia un corvo porporato
e nel sacro silenzio
di fogli che veleggiano
fra scaffali impolverati
di eresia
giudicano una piccola serpe
dai colore del corallo
Il portale in bassorilievi
di bronzea fattura si spalanca
sull’orrido
e labirinti di scale
sospese nel tempo si aprono
alla piccola serpe fino al
fondo nero di mattoni
Cotti sui tizzoni dei martiri
accolta come una dea
da sacre parole:
Culla di Giuda Cavallo spagnolo
Cicogna  Toro di bronzo
Vergine di ferro.
Distende il suo corpo

oramai priva della sua
pelle di corallo risale
quel labirinto di scale
assapora l’aria rovente
di sterpi e fascine
attorniata da una folla festante
e osannante che grida
in un coro muto-strega


 

Voci

 

Voci voci voci
stampano l’eco
nei soffi della notte
rincorrono il carro alato
nei sentieri divini
sgorgano dagli anfratti
dipinti sugli spalti dell’aurora
voci
accartocciate nel sibilo
del treno
indistinte serrate bruciate
nella calca dei segni
voci
abbarbicate sui pinnacoli
del tempio
voci
spente nei camini
dai lenti passi
del silenzio.


 

Zampette sul muro rasato

 

Il giorno la notte
la luna il sole
il bene e il male
il ragnetto danza
sulle sue esili zampe
sul muro rasato
la luce il buio
tutto tace
silenzio il fragore
dell’onda rompe
sui cammei del sole
gli universi si compenetrano
si fondono
con le vibrazioni dell’eco
di zampette sul muro rasato
silenzio
vivi morti
nell’unica stanza parlano
non si ascoltano
sordi come ciechi
nei cristalli del tempo.


 

 

La presente poesia è presente nella paginaMatera (I sassi) all’interno della sezioneLa poesia per Matera – Capitale della cultura 2019“.

 

Matera (I sassi)

Tufo sminuzzato
al passo di croci
nei labirinti specchiati
del tempo
scale scritte
su fogli d’argilla
inerpicano la luce
e l’ombra
oltre i portali dei suoni
stracci d’affreschi
boccheggiano
lo splendore
di mani avvizziti
al fuoco dell’ostia
la chiave gira
ad aprire l’anima
nascosta alla luce
i sentieri brillano
le mura divergono
a svelare l’incanto
bianco rarefatto
della pelle pietrificata
un piccolo geco
nascosto all’alito
del drago
osserva stupito
il fragore del borgo
artigliato a tempi vissuti
e spariti
nato dal caos
di mura picchiettate
sull’orrido
ora il vento sorride
alle dimore rinate
frammenti fulgenti
parlano la voce della terra.


 

 


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